Benvenuta Gnappa

Benvenuta alla Gnappa

La Gnappa e’ nata alle ore 11:13 am, al Lucile Packard children’s hospital di Stanford. Pesa 6 libbre e 9 once. Madre e figlia stanno bene. Piange pochissimo (non ha pianto neanche appena nata). Lo Gnomo non e’ interessato al trenino e preferisce giocare con la sorella, ma non riesce a capire perche’ noi la possiamo prendere in braccio e lui no. Sara’ dura.

Totonome e briefing

Molti mi hanno chiesto quando inizia il totonome. Devo dire che, come al solito, noi siamo nel buio pesto. I vincoli sono tanti: ci piacerebbe che fosse un nome corto, non soggetto a diminutivi. Ci piacerebbe che non venisse storpiato dagli Americani, e se fosse possibile, ci piacerebbe anche un nome facile da capire. Qui, ogni volta che devi dare il tuo nome a qualcuno, ti chiedono di fare lo spelling, salvo pochi nomi, veramente facili da capire. Ecco, ci piacerebbe uno di questi. L’ultimo vincolo? Ci piacerebbe che non avesse un santo. Cosi’ niente onomastico.

Oggi abbiamo fatto il briefing all’ospedale. Domani il plan prevede di portare lo Gnomo a giocare da amici, poi andare in ospedale. Poi, per cinque giorni circa, la Panzona restera’ in ospedale e lo Gnomo si muovera’ con me sul seggiolino posteriore della bici. Il plan e’ molto piu’ dettagliato, e prevede, ad esempio, che la sorella porti un regalino allo Gnomo. Visto che all’inizio non sara’ facile spiegargli che e’ stata la sorella a portarlo, allora abbiamo pensato ad un trenino con le rotaie. Ogni giorno la sorella gli portera’ nuovi binari e nuovi vagoni. Fino a che la sorella non arrivera’ a casa. A quel punto credo che lo Gnomo iniziera’ a capire che la festa e’ durata due anni, ed e’ finita: da ora in poi avra’ piu’ o meno la meta’ delle attenzioni. Secondo molti invece il momento in cui capira’ veramente, sara’ quando la sorella iniziera’ a gattonare. Vedremo.

Panzona 2.0

Ecografica della Gnappetta

La Panzona e’ di nuovo Panzona. Sembra che, dopo un cesareo, non sia consigliabile fare un parto naturale, cosi’ abbiamo un appuntamento una settimana prima della quarantesima: il giorno 8 di Luglio. Abbiamo provato a spiegare allo Gnomo che dentro la pancia c’e’ qualcuno, ma lui non sembra molto convinto. Poi ha sempre tante cose da fare, e quando finalmente tocca la pancia della madre, allora e’ proprio quando la sorella dorme, o comunque non ne vuole sapere di tirare calci.

Proprio come successe due anni fa, la Panzona apre cassetti, fa bucati, muove cose, decide cosa bisogna mettere dove, e via dicendo. Dicono che sia una caratteristica delle ultime settimane. Io non metto bocca, ma ogni giorno devo cercare cosa mettermi in un cassetto diverso.

Di mio, ho aggiunto un po’ di complicazione al periodo, perche’ ho perso la patente italiana. Ed ho scoperto che presso i consolati non e’ possibile fare ne’ duplicati ne’ alcun tipo di permesso. Quindi occhio, perche’ se perdete la patente all’estero, non potete piu’ guidare. Se mai ce ne fosse stato bisogno, ho avuto una conferma del fatto che consolati, e sedi diplomatiche varie, non servono a nulla, se non a mangiare soldi pubblici. Comunque sono andato alla DMV e nel giro di poche ore ho ottenuto il foglio rosa, che qui non e’ rosa ma azzurro, e si chiama Permit. Almeno ora posso guidare, anche se deve sempre esserci la Panzona accanto. Altrimenti mi muovo in bicicletta, portando lo Gnomo sul seggiolino.

E, soprattutto, non corrompete i nostri ragazzi

Je Suis Charlie

Oggi tutti dicono #JeSuisCharlie. Ma cosa vuol dire? Per farvi un’idea ecco cosa scriveva François Cavanna, cofondatore del Charlie Hebdo. Il libro da cui e’ estratto questo brano non fu mai pubblicato in Italia.


Dico a voi!

Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli induisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni,

quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini,
quelli che cuciono la passerina alle bambine,
quelli che pregano ginocchioni,
quelli che pregano a quattro zampe,
quelli che pregano su una gamba sola,
quelli che non mangiano questo e quello,
quelli che si segnano con la destra,
quelli che si segnano con la sinistra,
quelli che si votano al diavolo perché delusi da Dio,
quelli che pregano per far piovere,
quelli che pregano per vincere al Lotto,
quelli che pregano perché non sia Aids,
quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle,
quelli che non pisciano mai controvento,
quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo,
quelli che lapidano il capro espiatorio,
quelli che sgozzano le pecore,
quelli che sperano di sopravvivere nei loro figli,
quelli che sperano di sopravvivere nelle loro opere,
quelli che non vogliono discendere dalla scimmia,
quelli che benedicono gli eserciti,
quelli che benedicono le battute di caccia,
quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi
che non potete vivere senza un Papà Natale
e senza un Padre castigatore,

tutti voi
che non potete sopportare di essere altro
che dei vermi di terra con un cervello,

tutti voi
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra tutti voi,

voi, oh tutti voi,

NON ROMPETECI I COGLIONI

Fate i vostri salamelecchi nel segreto della vostra capanna, chiudete bene la porta e, soprattutto, non corrompete i nostri ragazzi.

Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna, cofondatore del Charlie Hebdo

#JeSuisCharlie

UPDATE (10 maggio 2015): Questo articolo e’ stato il piu’ visto e condiviso del blog. Di questo vi ringrazio. A distanza di qualche mese non rimane nulla di quella ondata straordinaria di attenzione alla difesa della liberta’ di parola. I miei contatti, che per caso avevano condiviso il cartello “Je Suis Charlie”, lo hanno levato in fretta quando, leggendo il post, hanno capito cosa volesse dire. Tanti altri hanno condiviso l’articolo leggendone solo il titolo e pensando che i “coglioni” fossero gli islamici. La distanza dell’uomo comune da temi che riguardano la difesa dei diritti naturali, come la liberta’ di parola, resta siderale. Modifico il titolo in qualcosa che, forse, puo’ essere compreso da tutti, e che riguarda la vita di tutti i giorni.

Cambio casa

Dopo lungo cercare, abbiamo cambiato casa. Abbiamo scelto di restare a Menlo Park, ma ora abbiamo un bel backyard come ogni casetta americana che si rispetti. Lo Gnomo gira liberamente e sembra apprezzare. Sicuramente apprezzerebbe di piu’ se ci fosse anche la piscina, ma non e’ ancora il caso. Ha iniziato a fare lezioni di nuoto da qualche mese con la madre, ma quando sono cosi’ piccoli non gli insegnano veramente a nuotare.

Il trasloco e’ durato poco. In fondo non abbiamo ancora molte cose qui, e con qualche viaggio avanti e indietro ce la siamo cavata. Ci avremmo messo la meta’ del tempo se non ci fosse stato uno che ci aiutava. E che si divertiva a levare dalle scatole tutto quello che ci mettevamo.

Ora c’e’ qualche incombenza in piu’. Tipo che bisogna mettere i cassonetti sul ciglio della strada in un certo preciso giorno della settimana, e se ci si dimentica, si deve aspettare la settimana successiva. La sera innaffiamo, cercando di capire a che ora va fatto per risparmiare piu’ acqua possibile, perche’ qui in California c’e’ una siccita’ che non si ricordava da anni. Forse non e’ mai stato cosi’ secco. Le riserve di acqua sono ai minimi e la polizia ha messo un cartello luminoso all’ingresso di downtown dicendo di risparmiare acqua. Anche sulle autostrade ci sono cartelli luminosi che chiedono di risparmiare acqua.

A luglio saremo in Italia dove le nonne si stanno gia’ preparando a festeggiare il primo compleanno dello Gnomo.

Roland Ratzenberger

Un guest post sugli eventi di venti anni fa.

…l’uomo ed il campione

(N. B. : liberamente tratto dai miei ricordi – Gabriele)

30.04.1994, ore 7.00 – Camper della Simtek

Quando suonò la sveglia Roland aprì gli occhi e la spense. Il van della scuderia era ancora avvolto dalla penombra, per fortuna lo avevano posteggiato in una zona ombreggiata, e sarebbe rimasto fresco ancora per qualche ora.

Mentre si stirava i muscoli per alzarsi dal letto, gli occhi andarono alla tuta ancora stropicciata dalle prove del venerdì appesa fuori dall’armadio.

La tuta era lì, bianca come il latte e coperta da sporadici piccoli sponsor, gli stessi che con immenso sudore e fatica era riuscito a trovare ed a portare alla scuderia affinché pagassero per farlo correre.

La Simtek era una piccola scuderia, all’esordio nel mondiale, con una macchina interessante dal punto di vista aerodinamico ma penalizzata da un motore clienti dalla scarsa potenza, che aveva trovato però, nessuno sapeva come ne perché, la sponsorizzazione di MTV, coi suoi adesivi colorati ben in vista sulle fiancate.

Dio come amava quei colori!

Decise che quella sarebbe stata l’ultima gara con la tuta bianca, dalla prossima avrebbe fatto realizzare una tuta con gli stessi colori del team, nero-viola e con le scritte MTV verde acqua.

L’inizio era stato duro, all’esordio ad Interlagos in Brasile non si era qualificato, ma già nella gara successiva in Giappone, al gran premio del Pacifico, non solo era riuscito a farlo, ma era giunto addirittura al traguardo undicesimo.

Ed ora c’era Imola, il circuito dove da ragazzo aveva visto duellare i grandi, dove Villeneuve e Pironi avevano lottato in un gran premio epico, dove i veri piloti emergevano per la complessità del tracciato, dove nulla avveniva per caso…

Infilò la tuta ed uscì dal van, pronto per vedersi a colazione coi tecnici e confrontarsi col compagno di squadra, Jack Brabham, figlio dell’ex campione del mondo nonché proprietario del team.

Gli avrebbe detto di essersi trovato bene con una diversa mappatura del motore, o forse no, in fondo era meglio avere qualche piccolo vantaggio sul compagno di squadra, specie se questo era anche figlio del capo.

La vita era splendida, un’altra giornata di lotta per qualificarsi e partire per un altro gran premio, in cerca di una bella prestazione che gli avrebbe consentito di finir la stagione e magari strappar un nuovo contratto per un team più competitivo già l’anno seguente.

In fondo aveva solo 34 anni, qualche altra stagione buona poteva ben farla!

Sorrise all’idea e chiuse la porta del camper, senza sapere che non vi sarebbe mai più tornato…

30.04.1994, ore 7.00 – Autoarticolato alloggio piloti Williams

Ayrton si svegliò ben prima del suono della sveglia. Non dormiva bene in quei giorni. Un senso di malessere generale a volte lo coglieva all’improvviso togliendogli il sonno.

La sua nuova avventura, quella che lui aveva voluto a tutti i costi, quella per cui aveva litigato col suo vecchio capo Ron Dennis, coi suoi sponsor storici, con molte persone intorno a lui, non stava andando come doveva.

La Williams, che da tutti era stata indicata come la favoritissima al titolo mondiale, dopo la messa al bando delle sospensioni attive, faticava ad imporsi sulle altre vetture, e lui, dopo le prime due gare, con il suo errore in Brasile e il tamponamento subito la gara precedente, era ancora a zero punti nel mondiali.

Il tedesco invece, quel ragazzotto sfrontato e terribilmente veloce, si era aggiudicato i primi due gran premi, e la sua macchina era sembrata quasi inavvicinabile.

Non gli era antipatico, anzi, forse in fondo ci si rivedeva pure, ma lui era Senna, il campione assoluto, l’uomo più veloce al mondo, e non aveva certo intenzione di rinunciare a quel titolo che lo avrebbe portato ad un solo mondiale dal mitico Fangio.

In fondo aveva giusto compiuto 34 anni un mesetto prima, e nelle prossime tre o quattro stagioni avrebbe benissimo potuto vincere i tre titoli mondiali che lo avrebbero portato a 6, diventando così il più grande di sempre.

Girò la testa, e vide ancora avvolta nella plastica trasparente la tuta che avrebbe dovuto indossare quel giorno. A riguardo gli sponsor erano stati categorici: la tuta doveva esser sempre nuova di fabbrica, per meglio risaltare in tv e per esser regalata a fine giornata a qualche ospite importante, assieme ad una foto con lui, una stretta di mano ed un sorriso forzato in risposta a qualche domanda banale.

La indossò e si guardò allo specchio, non riconoscendosi.

Dio come odiava quei colori!

Non era abituato a vedersi in blu, lui che per anni aveva vestito solo il bianco rosso Marlboro che colorava le McLaren, e trovava che fosse molto anonima come colorazione.

Ma quei colori anonimi erano quelli che versavano fior di milioni al team, e pertanto se li sarebbe dovuti far piacere, almeno per qualche anno.

Uscì dalla porta del suo alloggio, ormai concentrato sulla imminente riunione tecnica e sull’idea di interrompere il dominio di Schumacher su quel mondiale, che per diritto divino sarebbe dovuto esser suo.

Imola d’altra parte non era una pista dove le cose succedevano per caso, ma un circuito dove i migliori hanno sempre qualcosa in più da dare.

Era Ayrton Senna, ed in quel weekend era ben deciso a ricordarlo al mondo…

La scelta del nome

Scegliere il nome non e’ stato per niente semplice.

Abbiamo iniziato con i nomi italiani. Abbiamo letto i libri dei nomi e tanti siti pieni di nomi. Abbiamo provato a immaginare e chiamare ad alta voce, uno per uno, i nomi che ci avete suggerito. Dopo un po’ di lavoro ne abbiamo selezionati cinque. A quel punto eravamo convinti di aver deciso, ma niente. Uno dopo l’altro sono caduti anche quelli. Buio pesto.

Il problema e’ che cercavamo un nome che contemporaneamente:

  • Ci piacesse
  • Fosse pronunciato decentemente da un americano: quindi niente dittonghi come “ao” o “au”. Paolo non lo sanno pronunciare.
  • Avesse uno spelling comprensibile (qui in America): se chiami un bimbo Stefano, lo costringi a fare lo spelling per tutta la vita.
  • Non fosse soggetto a diminutivi ed elisioni: non vedo perche’ chiamare qualcuno Checco, Mimmo o Nene’, se non si chiama cosi’.
  • Non sembrasse un nome spagnolo: se ti chiami Giulio, qui ti chiamano Hulio.

Dopo un po’ abbiamo capito che questi parametri non portavano a niente. Nel giro di poche ore, quando il bimbo aveva 2 giorni e stavamo ancora in ospedale, abbiamo deciso di cambiare completamente punto di vista e abbiamo deciso di prendere in considerazione i nomi americani. A quel punto abbiamo scartato tutti quelli che fossero traducibili in italiano, in modo da evitare che amici e parenti italiani lo chiamassero con un nome diverso dal suo, e abbiamo deciso per un nome bellissimo che piace molto sia a me che alla panzona.

Ma perche’ tutti questi dubbi? Soprattutto perche’ non abbiamo la minima idea di dove saremo tra dieci anni.

A questo punto vorrete sapere il nome. Semplicemente, la scelta e’ di non usare il nome sul blog, quindi qui sara’ lo Gnomo, almeno per qualche anno.

Esci fuori, sei circondato.

Hanno posto un ultimatum al baby. O esce da solo, oppure il 17 mattina lo fanno uscire. Probabilmente tramite C-section. Del resto mercoledi’ e’ proprio quando scade il tempo e, ora come ora, non sembra avere proprio nessuna voglia di uscire; niente fitte ne’ altro. L’unica spia e’ che la panzona ha deciso di fare le pulizie di Pasqua, per cui sto cercando di scrivere con il rumore assordante del battitappeto. Ho letto che si chiama nesting e che, quando scatta, vuol dire che ci siamo.

Per quanto riguarda il nome, abbiamo tenuto conto delle decine di idee, e ci stiamo pensando, siamo quasi arrivati a deciderne uno, ma nel frattempo si e’ aggiunta un’altra variabile: qui si usa mettere il middle name, e ci hanno spiegato che e’ quasi obbligatorio. Non metterlo e’ un po’ da snob.

Tanto per cambiare, non abbiamo nessuna idea. Mi pare di capire che non comparira’ sui documenti italiani, ma solo su quelli americani, quindi forse potremmo mettere un middle name americano.

Ecco alcuni dei nomi che non avete proposto e che mi sarei aspettato di sentire da piu’ di qualcuno nell’area di Roma:

  • Sergio, come Benvenuti Sergio (rigorosamente in questo ordine) dei “Colossi della Musica”
  • Manuel come Manuel Fantoni (“Senti come posa bene”)
  • Nando come Nando Meliconi o, in subordine, Santi, come Santi Bilor.
  • Oscar come Oscar Pettinari

Fatemi sapere per il middle name.