I numeri inutili della protezione civile

25 agosto 2016

Numeri INutili della Protezione Civile

Siamo al Terminillo, noi, i bimbi, mia madre e mio fratello Marco. Qui almeno due scosse si sono sentite molto forti: 3.36 e 4.33. Alcune persone hanno dormito fuori, ma la notte fanno 8 gradi e noi abbiamo preferito restare in casa. I bimbi non si sono accorti di nulla.

La mattina abbiamo sentito le notizie sui danni ed abbiamo pensato a come renderci utili. Io e Marco siamo andati a Rieti a donare il sangue (ci hanno detto, giustamente, di tornare domani o dopodomani, perche’ si occupavano prima di chi veniva da lontano).

Poi siamo tornati a casa, e ci siamo chiesti se fosse utile andare ad Amatrice a dare una mano. La nostra vicina di casa ha preso la macchina ed e’ andata. Io ho pensato che una macchina in piu’ sulla strada piccola e tortuosa crea piu’ problemi di quanti ne risolvano quattro braccia. Decidiamo che la cosa migliore e’ chiedere a qualcuno se la nostra presenza sia utile o dannosa. Allora provo a chiamare i numeri della protezione civile. Si tratta di quei due numeri che avete visto tutti su Internet ed in TV: quelli che dicono di chiamare se serve. Ecco, sappiate che chiamare quei due numeri e’ completamente inutile. Ho provato tutto il giorno e i numeri risultano sempre occupati. Verso l’ora di pranzo uno dei due numeri mi ha finalmente risposto, con il tipico messaggio di attendere in linea per parlare con un operatore. Dopo dieci minuti un messaggio mi ha detto che non c’erano operatori disponibili e di lasciare il nome e numero per essere richiamati. Ma niente, dopo il beep c’era l’avviso che la casella vocale dell’utente era piena.

Che fare? Sotto casa passa un gruppo di avieri della locale stazione dell’Aeronautca che gironzolano senza molto da fare. Penso che, se lo stato non manda i propri uomini, la nostra presenza farebbe solo danni. Cosi’ decidiamo di rimanere qui.

Ora, mi rendo conto che ci sono cose molto piu’ importanti, forse il nostro aiuto non serviva molto, forse abbiamo fatto la cosa giusta, ma stiamo parlando dei numeri telefonici della protezione civile, non della locale parrocchia. Non mi voglio perdere in considerazioni sulle scale dei terremoti e sulla antropizzazione delle zone, ma si parla, forse, di 300 morti. In Irpinia, nel 1980, ci furono 2500 morti. Questo vuol dire che ci furono 10 volte piu’ persone morte, piu’ persone sotto le macerie, piu’ sangue necessario, piu’ beni necessari e piu’ volontari da organizzare. Sentire che il numero della protezione civile e’ occupato tutto il giorno, ti da’ questa brutta idea di “dilettanti allo sbaraglio” che non rassicura certo. Se dovessi, in un momento lontano dall’emergenza, progettare il servizio del call center della protezione civile penserei ad un servizio scalabile quasi all’infinito. Capace di ricevere (e smistare ad operatori lontani dall’area colpita) migliaia, o decine di migliaia, di chiamate contemporanee.

Chissa’ se in questi casi qualcuno impara dall’esperienza, o se si considerano ineluttabili, oltre ai terremoti, anche i centralini occupati.

Lettera a Mauro Battocchi, Console “Generale” di San Francisco

4 maggio 2016
Ok, la data e’ scritta con il formato americano (ed e’ anche sbagliata, era il 3 maggio 2016)

Gentile signor Mauro Battocchi, console “generale” italiano a San Francisco,

sono a scrivere per ringraziarla dell’esperienza vissuta oggi al consolato di San Francisco. Infatti ritengo che il consolato, cosi’ come gran parte delle nostre utilissime sedi diplomatiche sparse per il mondo, rappresenti l’immagine dell’Italia all’estero. Il consolato riesce a dare un’idea chiara al visitatore di come funzionino le cose in Italia.

Le riassumo la nostra esperienza.

Dobbiamo fare una pratica relativa alla nascita della Gnoma. Questo purtroppo ci deve mettere in contatto con il consolato. Cosa che ovviamente preferiremmo non fare, visto che significa perdere una mezza giornata per venire a San Francisco. Ma pare che serva l’intervento di una specie di notaio.

Dopo qualche settimana di botta e risposta via email, riusciamo a trovare un buco libero nella fittissima agenda di un certo Aldo Mura.

Pare infatti che lui sia una specie di notaio (non oso pensare quanto costi avere un preparatissimo, costosissimo notaio in una sede come San Francisco, ma sono certo che possa essere piu’ che utile agli italiani all’estero che, pur potendo notarizzare un documento a 10 dollari ad ogni angolo di strada, vorranno usufruire degli esclusivi servigi di un italianissimo notaio).

Sembra che il Mura, e, da quello che ho capito, tutto il consolato, lavorino solo tre ore ogni mattina. E probabilmente qualcuno di loro, anche a giorni alterni. Questo mi sembra piu’ che dignitoso. Infatti permette al cittadino estero, che dovesse venire in contatto con il consolato, di capire bene quali siano i ritmi di lavoro italiani. Probabilmente in questo modo si inducono i migliori cervelli della Silicon Valley a trasferirsi in Italia, per toccare con mano la nota settimana lavorativa di 15 ore.

Comunque, oggi andiamo a San Francisco con lo Gnomo e la Gnappa (che credo debba essere presente innanzi al signor notaro). Arriviamo davanti ad un citofono (“Ok, ma non doveva essere aperto a quest’ora?”, “Non so, fammi citofonare, c’e’ scritto di citofonare…”). Entriamo in una stanza con una mezza dozzina di persone, una parete coperta di specchi, ed un’altra con tre impiegati dietro ad un vetro.

Credo che gli impiegati debbano stare dietro al vetro, per evitare che qualcuno li mandi a quel paese con troppa veemenza. Non riesco proprio ad immaginare per quale altro motivo sia necessario proteggere gli impiegati di un ufficio pubblico. Considerate che siamo negli Stati Uniti, e che qui, anche quando si va in banca, si parla con il cassiere senza nessun vetro, e senza depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera.

La voce degli impiegati dell’acquario viene amplificata, e chiunque nella stanza puo’ sentire tutti i problemi dei primi della fila. (Cara signora che era prima in fila quando siamo arrivati, se mi legge, mi dispiace per il decesso in famiglia, forse non era una cosa che voleva far sapere a tutte le persone della stanza, ma cosi’ vanno le cose nella patria della “piu’ avanzata legge sulla privacy”.)

Per quanto riguarda la parete di specchi, credo che l’idea sia di scimmiottare qualche serie televisiva. Di quelle con gli interrogatori dell’FBI. Pero’, ovvimante, qui la parete e’ finta. Nel senso che e’ una normalissima parete, coperta da normalissimi specchi. Infatti, al centro dello specchio, si apre una porta che viene usata per accedere agli uffici, in modo tale che chiunque, ogni volta che si apre la porta, possa rendersi conto della presa in giro.

Quindi noi siamo in questa stanza, davanti allo specchio, con gli impiegati che si occupano di alcuni visitatori, ma non di noi, perche’ abbiamo il fantomatico appuntamento. Nella stanza ci sono due sedie da ufficio. Di quelle con le ruote e i braccioli. Non c’e’ nientaltro. Ovviamente, dopo dieci minuti, lo Gnomo inizia a giocare con una delle sedie. Ci si siede sopra, le spinge, mi chiede di farlo girare e di spingerlo. Il tempo passa, e nella stanza non c’e’ null’altro, quindi mi metto io sulla sedia e dico allo Gnomo che se vuole mi puo’ spingere. Insomma, cerco di passare il tempo con lui.

Ad un certo punto, dalla porta nel finto specchio, si materializza un solerte funzionario e mi dice testuale: “Abbia pazienza, ma … NO!”. Proprio cosi’, con il NO imperativo. E senza aggiungere altro. Ha il tono di quello che dice una cosa ovvia, come se, ovviamente, non ci si possa sedere sulle sedie. Allora gli chiedo: “scusi, NO cosa?”. E lui mi dice: “il bambino non si puo’ sedere sulle sedie. Sa, se si fa male, io poi sono responsabile.”

Ecco signor console, di questo anche la ringrazio. Il funzionario riesce a rendere cosi’ bene la situazione di come si vive in Italia. Nel giro di due frasi riesce a proiettare la realta’ del belpaese come nessuno saprebbe fare. Questo atteggiamento lo conosco bene: e’ il micro-potere del burocratino, che dice di essere responsabile di qualcosa, quando sa benissimo che nulla e nessuno lo allontaneranno mai dal suo posto fisso, ottenuto tramite la conoscenza di chissacchi’. Ed e’ insuperabile la supponenza con cui si rivolge ad una persona sconosciuta. Tutto questo non si puo’ copiare, nessuno mai riuscirebbe a descriverlo cosi’ bene. Bisogna averlo nel DNA.

Ho cercato di ribattere. Ho chiesto: “perche’ mai il bambino non dovrebbe sedersi sulla sedia?” E lui mi dice: “perche’ e’ pericoloso”. Allora gli chiedo: “Mi vuole forse dire che queste sedie sono pericolose?”. Insomma, cercavo di arrivare da qualche parte, ma come tutti sanno, mai discutere con un imbecille e via dicendo. Cosi’ cerchiamo di convincere lo Gnomo a non giocare con le sedie.

A questo punto citofona, ed entra nella stanza, una procace signorina. Al che’ la porta, nella finta parete di specchio, si apre come di incanto, e lo stesso solerte funzionario accoglie la procace signorina con sorrisi e frasi gentili. Arriva un’altra signorina. Stesso atteggiamento. Poi arriva un tizio con una valigia. Ancora la porta si apre d’incanto ed il solerte funzionario dice: “Ma dai, sei qui… Ma entra. Non e’ che la valigia ti pesa? Vieni.”

Nel frattempo la Gnappa decide di esercitare le sue legittime funzioni fisiologiche. Allora ci rendiamo conto che c’e’ anche la porta di un bagno. Non speriamo nulla, non immaginiamo nulla, ma proviamo: e’ un bugigattolo. Che ci fosse il fasciatoio, che c’e’ in qualunque privatissimo, cattivissimo e multinazionalissimo Mc Donald’s, non osavamo sperarlo, ma certo non immaginavamo una specie di sgabuzzino simile. Quindi la Gnappa viene cambiata sul passeggino, in mezzo a tutti.

Il tempo passa. Nella stanza c’e’ un libro. E’ una specie di Guestbook. Le pagine sono stranamente timbrate e numerate. Forse qualcuno eliminava i commenti negativi e lasciava i positivi. Non lo voglio sapere. Prima di andare via, scrivo sul guestbook quello che vedete nell’immagine qui sopra.

Dopo aver aspettato inutilmente un’ora dall’orario del nostro appuntamento, andiamo via.

Arrivo a casa e mi arriva una email del Signor Mura. Si’, proprio lo stesso con il quale avevamo appuntamento. Con la supponenza da burocrate (parassita), pagato con le tasse della collettivita’ per non fare pressocche’ nulla, in un posto dal quale non verra’ rimosso mai, mi scrive: “Pensavo che oggi, 3 maggio, avessimo un appuntamento”.

Devo dire che mi fa un po’ pena. Probabilmente non ha idea di come funzioni l’ufficio dove lavora. Probabilmente nessuno lo ha informato che noi fossimo li’. Forse lui stesso non ha chiesto a nessuno se noi eravamo li’. Forse le procaci signorine ci passavano avanti, o forse andavano da altri, o chissa’ cosa. Non mi interessa molto. Da parte nostra, ci siamo qualificati con nome e cognome ben due volte agli operatori dietro al vetro, i quali sapevano che avevamo un appuntamento, e con chi.

Ecco, signor Console, mi sento di ringraziarla per tutto questo. Nessuno saprebbe proiettare, nel giro di un’ora, un’immagine cosi’ nitida di come funzionano le cose in Italia. Lei e la sua brillante squadra riuscite a condensare benissimo l’idea di un allegro e farlocco fancazzismo, strapagato dalle tasse di tutti.

La prego, lasci stare tutto cosi’, almeno fino al fallimento prossimo venturo, ed alla fine dei soldi degli italiani che permettono di tenere in piedi un teatrino simile.

Cordialmente

Luca Venturini

Photo: la data e’ scritta con il formato americano (ed e’ anche sbagliata: era il 3 maggio 2016)

Benvenuta Gnappa

9 luglio 2015

Benvenuta alla Gnappa

La Gnappa e’ nata alle ore 11:13 am, al Lucile Packard children’s hospital di Stanford. Pesa 6 libbre e 9 once. Madre e figlia stanno bene. Piange pochissimo (non ha pianto neanche appena nata). Lo Gnomo non e’ interessato al trenino e preferisce giocare con la sorella, ma non riesce a capire perche’ noi la possiamo prendere in braccio e lui no. Sara’ dura.

Totonome e briefing

8 luglio 2015

Molti mi hanno chiesto quando inizia il totonome. Devo dire che, come al solito, noi siamo nel buio pesto. I vincoli sono tanti: ci piacerebbe che fosse un nome corto, non soggetto a diminutivi. Ci piacerebbe che non venisse storpiato dagli Americani, e se fosse possibile, ci piacerebbe anche un nome facile da capire. Qui, ogni volta che devi dare il tuo nome a qualcuno, ti chiedono di fare lo spelling, salvo pochi nomi, veramente facili da capire. Ecco, ci piacerebbe uno di questi. L’ultimo vincolo? Ci piacerebbe che non avesse un santo. Cosi’ niente onomastico.

Oggi abbiamo fatto il briefing all’ospedale. Domani il plan prevede di portare lo Gnomo a giocare da amici, poi andare in ospedale. Poi, per cinque giorni circa, la Panzona restera’ in ospedale e lo Gnomo si muovera’ con me sul seggiolino posteriore della bici. Il plan e’ molto piu’ dettagliato, e prevede, ad esempio, che la sorella porti un regalino allo Gnomo. Visto che all’inizio non sara’ facile spiegargli che e’ stata la sorella a portarlo, allora abbiamo pensato ad un trenino con le rotaie. Ogni giorno la sorella gli portera’ nuovi binari e nuovi vagoni. Fino a che la sorella non arrivera’ a casa. A quel punto credo che lo Gnomo iniziera’ a capire che la festa e’ durata due anni, ed e’ finita: da ora in poi avra’ piu’ o meno la meta’ delle attenzioni. Secondo molti invece il momento in cui capira’ veramente, sara’ quando la sorella iniziera’ a gattonare. Vedremo.

Panzona 2.0

29 giugno 2015

Ecografica della Gnappetta

La Panzona e’ di nuovo Panzona. Sembra che, dopo un cesareo, non sia consigliabile fare un parto naturale, cosi’ abbiamo un appuntamento una settimana prima della quarantesima: il giorno 8 di Luglio. Abbiamo provato a spiegare allo Gnomo che dentro la pancia c’e’ qualcuno, ma lui non sembra molto convinto. Poi ha sempre tante cose da fare, e quando finalmente tocca la pancia della madre, allora e’ proprio quando la sorella dorme, o comunque non ne vuole sapere di tirare calci.

Proprio come successe due anni fa, la Panzona apre cassetti, fa bucati, muove cose, decide cosa bisogna mettere dove, e via dicendo. Dicono che sia una caratteristica delle ultime settimane. Io non metto bocca, ma ogni giorno devo cercare cosa mettermi in un cassetto diverso.

Di mio, ho aggiunto un po’ di complicazione al periodo, perche’ ho perso la patente italiana. Ed ho scoperto che presso i consolati non e’ possibile fare ne’ duplicati ne’ alcun tipo di permesso. Quindi occhio, perche’ se perdete la patente all’estero, non potete piu’ guidare. Se mai ce ne fosse stato bisogno, ho avuto una conferma del fatto che consolati, e sedi diplomatiche varie, non servono a nulla, se non a mangiare soldi pubblici. Comunque sono andato alla DMV e nel giro di poche ore ho ottenuto il foglio rosa, che qui non e’ rosa ma azzurro, e si chiama Permit. Almeno ora posso guidare, anche se deve sempre esserci la Panzona accanto. Altrimenti mi muovo in bicicletta, portando lo Gnomo sul seggiolino.

E, soprattutto, non corrompete i nostri ragazzi

8 gennaio 2015

Je Suis Charlie

Oggi tutti dicono #JeSuisCharlie. Ma cosa vuol dire? Per farvi un’idea ecco cosa scriveva François Cavanna, cofondatore del Charlie Hebdo. Il libro da cui e’ estratto questo brano non fu mai pubblicato in Italia.


Dico a voi!

Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli induisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni,

quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini,
quelli che cuciono la passerina alle bambine,
quelli che pregano ginocchioni,
quelli che pregano a quattro zampe,
quelli che pregano su una gamba sola,
quelli che non mangiano questo e quello,
quelli che si segnano con la destra,
quelli che si segnano con la sinistra,
quelli che si votano al diavolo perché delusi da Dio,
quelli che pregano per far piovere,
quelli che pregano per vincere al Lotto,
quelli che pregano perché non sia Aids,
quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle,
quelli che non pisciano mai controvento,
quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo,
quelli che lapidano il capro espiatorio,
quelli che sgozzano le pecore,
quelli che sperano di sopravvivere nei loro figli,
quelli che sperano di sopravvivere nelle loro opere,
quelli che non vogliono discendere dalla scimmia,
quelli che benedicono gli eserciti,
quelli che benedicono le battute di caccia,
quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi
che non potete vivere senza un Papà Natale
e senza un Padre castigatore,

tutti voi
che non potete sopportare di essere altro
che dei vermi di terra con un cervello,

tutti voi
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra tutti voi,

voi, oh tutti voi,

NON ROMPETECI I COGLIONI

Fate i vostri salamelecchi nel segreto della vostra capanna, chiudete bene la porta e, soprattutto, non corrompete i nostri ragazzi.

Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna, cofondatore del Charlie Hebdo

#JeSuisCharlie

UPDATE (10 maggio 2015): Questo articolo e’ stato il piu’ visto e condiviso del blog. Di questo vi ringrazio. A distanza di qualche mese non rimane nulla di quella ondata straordinaria di attenzione alla difesa della liberta’ di parola. I miei contatti, che per caso avevano condiviso il cartello “Je Suis Charlie”, lo hanno levato in fretta quando, leggendo il post, hanno capito cosa volesse dire. Tanti altri hanno condiviso l’articolo leggendone solo il titolo e pensando che i “coglioni” fossero gli islamici. La distanza dell’uomo comune da temi che riguardano la difesa dei diritti naturali, come la liberta’ di parola, resta siderale. Modifico il titolo in qualcosa che, forse, puo’ essere compreso da tutti, e che riguarda la vita di tutti i giorni.

Cambio casa

30 maggio 2014

Dopo lungo cercare, abbiamo cambiato casa. Abbiamo scelto di restare a Menlo Park, ma ora abbiamo un bel backyard come ogni casetta americana che si rispetti. Lo Gnomo gira liberamente e sembra apprezzare. Sicuramente apprezzerebbe di piu’ se ci fosse anche la piscina, ma non e’ ancora il caso. Ha iniziato a fare lezioni di nuoto da qualche mese con la madre, ma quando sono cosi’ piccoli non gli insegnano veramente a nuotare.

Il trasloco e’ durato poco. In fondo non abbiamo ancora molte cose qui, e con qualche viaggio avanti e indietro ce la siamo cavata. Ci avremmo messo la meta’ del tempo se non ci fosse stato uno che ci aiutava. E che si divertiva a levare dalle scatole tutto quello che ci mettevamo.

Ora c’e’ qualche incombenza in piu’. Tipo che bisogna mettere i cassonetti sul ciglio della strada in un certo preciso giorno della settimana, e se ci si dimentica, si deve aspettare la settimana successiva. La sera innaffiamo, cercando di capire a che ora va fatto per risparmiare piu’ acqua possibile, perche’ qui in California c’e’ una siccita’ che non si ricordava da anni. Forse non e’ mai stato cosi’ secco. Le riserve di acqua sono ai minimi e la polizia ha messo un cartello luminoso all’ingresso di downtown dicendo di risparmiare acqua. Anche sulle autostrade ci sono cartelli luminosi che chiedono di risparmiare acqua.

A luglio saremo in Italia dove le nonne si stanno gia’ preparando a festeggiare il primo compleanno dello Gnomo.

Roland Ratzenberger

30 aprile 2014

Un guest post sugli eventi di venti anni fa.

…l’uomo ed il campione

(N. B. : liberamente tratto dai miei ricordi – Gabriele)

30.04.1994, ore 7.00 – Camper della Simtek

Quando suonò la sveglia Roland aprì gli occhi e la spense. Il van della scuderia era ancora avvolto dalla penombra, per fortuna lo avevano posteggiato in una zona ombreggiata, e sarebbe rimasto fresco ancora per qualche ora.

Mentre si stirava i muscoli per alzarsi dal letto, gli occhi andarono alla tuta ancora stropicciata dalle prove del venerdì appesa fuori dall’armadio.

La tuta era lì, bianca come il latte e coperta da sporadici piccoli sponsor, gli stessi che con immenso sudore e fatica era riuscito a trovare ed a portare alla scuderia affinché pagassero per farlo correre.

La Simtek era una piccola scuderia, all’esordio nel mondiale, con una macchina interessante dal punto di vista aerodinamico ma penalizzata da un motore clienti dalla scarsa potenza, che aveva trovato però, nessuno sapeva come ne perché, la sponsorizzazione di MTV, coi suoi adesivi colorati ben in vista sulle fiancate.

Dio come amava quei colori!

Decise che quella sarebbe stata l’ultima gara con la tuta bianca, dalla prossima avrebbe fatto realizzare una tuta con gli stessi colori del team, nero-viola e con le scritte MTV verde acqua.

L’inizio era stato duro, all’esordio ad Interlagos in Brasile non si era qualificato, ma già nella gara successiva in Giappone, al gran premio del Pacifico, non solo era riuscito a farlo, ma era giunto addirittura al traguardo undicesimo.

Ed ora c’era Imola, il circuito dove da ragazzo aveva visto duellare i grandi, dove Villeneuve e Pironi avevano lottato in un gran premio epico, dove i veri piloti emergevano per la complessità del tracciato, dove nulla avveniva per caso…

Infilò la tuta ed uscì dal van, pronto per vedersi a colazione coi tecnici e confrontarsi col compagno di squadra, Jack Brabham, figlio dell’ex campione del mondo nonché proprietario del team.

Gli avrebbe detto di essersi trovato bene con una diversa mappatura del motore, o forse no, in fondo era meglio avere qualche piccolo vantaggio sul compagno di squadra, specie se questo era anche figlio del capo.

La vita era splendida, un’altra giornata di lotta per qualificarsi e partire per un altro gran premio, in cerca di una bella prestazione che gli avrebbe consentito di finir la stagione e magari strappar un nuovo contratto per un team più competitivo già l’anno seguente.

In fondo aveva solo 34 anni, qualche altra stagione buona poteva ben farla!

Sorrise all’idea e chiuse la porta del camper, senza sapere che non vi sarebbe mai più tornato…

30.04.1994, ore 7.00 – Autoarticolato alloggio piloti Williams

Ayrton si svegliò ben prima del suono della sveglia. Non dormiva bene in quei giorni. Un senso di malessere generale a volte lo coglieva all’improvviso togliendogli il sonno.

La sua nuova avventura, quella che lui aveva voluto a tutti i costi, quella per cui aveva litigato col suo vecchio capo Ron Dennis, coi suoi sponsor storici, con molte persone intorno a lui, non stava andando come doveva.

La Williams, che da tutti era stata indicata come la favoritissima al titolo mondiale, dopo la messa al bando delle sospensioni attive, faticava ad imporsi sulle altre vetture, e lui, dopo le prime due gare, con il suo errore in Brasile e il tamponamento subito la gara precedente, era ancora a zero punti nel mondiali.

Il tedesco invece, quel ragazzotto sfrontato e terribilmente veloce, si era aggiudicato i primi due gran premi, e la sua macchina era sembrata quasi inavvicinabile.

Non gli era antipatico, anzi, forse in fondo ci si rivedeva pure, ma lui era Senna, il campione assoluto, l’uomo più veloce al mondo, e non aveva certo intenzione di rinunciare a quel titolo che lo avrebbe portato ad un solo mondiale dal mitico Fangio.

In fondo aveva giusto compiuto 34 anni un mesetto prima, e nelle prossime tre o quattro stagioni avrebbe benissimo potuto vincere i tre titoli mondiali che lo avrebbero portato a 6, diventando così il più grande di sempre.

Girò la testa, e vide ancora avvolta nella plastica trasparente la tuta che avrebbe dovuto indossare quel giorno. A riguardo gli sponsor erano stati categorici: la tuta doveva esser sempre nuova di fabbrica, per meglio risaltare in tv e per esser regalata a fine giornata a qualche ospite importante, assieme ad una foto con lui, una stretta di mano ed un sorriso forzato in risposta a qualche domanda banale.

La indossò e si guardò allo specchio, non riconoscendosi.

Dio come odiava quei colori!

Non era abituato a vedersi in blu, lui che per anni aveva vestito solo il bianco rosso Marlboro che colorava le McLaren, e trovava che fosse molto anonima come colorazione.

Ma quei colori anonimi erano quelli che versavano fior di milioni al team, e pertanto se li sarebbe dovuti far piacere, almeno per qualche anno.

Uscì dalla porta del suo alloggio, ormai concentrato sulla imminente riunione tecnica e sull’idea di interrompere il dominio di Schumacher su quel mondiale, che per diritto divino sarebbe dovuto esser suo.

Imola d’altra parte non era una pista dove le cose succedevano per caso, ma un circuito dove i migliori hanno sempre qualcosa in più da dare.

Era Ayrton Senna, ed in quel weekend era ben deciso a ricordarlo al mondo…

La scelta del nome

26 luglio 2013

Scegliere il nome non e’ stato per niente semplice.

Abbiamo iniziato con i nomi italiani. Abbiamo letto i libri dei nomi e tanti siti pieni di nomi. Abbiamo provato a immaginare e chiamare ad alta voce, uno per uno, i nomi che ci avete suggerito. Dopo un po’ di lavoro ne abbiamo selezionati cinque. A quel punto eravamo convinti di aver deciso, ma niente. Uno dopo l’altro sono caduti anche quelli. Buio pesto.

Il problema e’ che cercavamo un nome che contemporaneamente:

  • Ci piacesse
  • Fosse pronunciato decentemente da un americano: quindi niente dittonghi come “ao” o “au”. Paolo non lo sanno pronunciare.
  • Avesse uno spelling comprensibile (qui in America): se chiami un bimbo Stefano, lo costringi a fare lo spelling per tutta la vita.
  • Non fosse soggetto a diminutivi ed elisioni: non vedo perche’ chiamare qualcuno Checco, Mimmo o Nene’, se non si chiama cosi’.
  • Non sembrasse un nome spagnolo: se ti chiami Giulio, qui ti chiamano Hulio.

Dopo un po’ abbiamo capito che questi parametri non portavano a niente. Nel giro di poche ore, quando il bimbo aveva 2 giorni e stavamo ancora in ospedale, abbiamo deciso di cambiare completamente punto di vista e abbiamo deciso di prendere in considerazione i nomi americani. A quel punto abbiamo scartato tutti quelli che fossero traducibili in italiano, in modo da evitare che amici e parenti italiani lo chiamassero con un nome diverso dal suo, e abbiamo deciso per un nome bellissimo che piace molto sia a me che alla panzona.

Ma perche’ tutti questi dubbi? Soprattutto perche’ non abbiamo la minima idea di dove saremo tra dieci anni.

A questo punto vorrete sapere il nome. Semplicemente, la scelta e’ di non usare il nome sul blog, quindi qui sara’ lo Gnomo, almeno per qualche anno.

Lo Gnomo e’ tra noi

17 luglio 2013

Siamo in tre. Lo Gnomo e’ nato al Lucile Packard children’s hospital di Stanford, alle ore 11:47 am (Pacific Time, naturalmente). Pesa 7 libbre e 2 once. Yuk.